venerdì 15 marzo 2019

CRONACHE NEVOSE

Nei testi di geografia dei nostri tempi scolastici veniva descritto come clima continentale e significava in estrema sintesi "caldo d'estate e freddo d'inverno", con rassicurante regolarità. Ma l'approssimazione c'era eccome, e col senno di poi ce ne siamo resi conto tutti. Negli ultimi decenni ogni consuetudine in materia di meteo pazzo sembra infatti andata a quel paese (non ci sono più gli inverni di una volta... ecco un'altra bella baggianata panoramica!), e ciascuna stagione sembra proprio far conto soltanto per se stessa. Oggi stiamo uscendo da un altro strambo inverno senza neve, ma dieci anni fa esatti la situazione era del tutto opposta: la raccontavo nel modo che segue all'inizio del 2009 dal mio precedente blog su piattaforma Splinder, con un occhio di riguardo anche alle reazioni all'occorrenza esotermiche di un amico rifugista. La montagna è spesso anche frontiera, ed è proprio sui confini che i sintomi di ogni cambiamento sono più evidenti.

Un inverno così non si vedeva da decenni, forse addirittura da mezzo secolo a questa parte. Fino a un paio di anni addietro albergatori in crisi di panico, meteorologi fai da te e nuovi millenaristi lanciavano l'allarme sul deterioramento irreversibile del clima, e sulla ormai recalcitrante, ostinata assenza di precipitazioni durante i mesi freddi dell'anno. Sono stati tutti accontentati: l'ultima stagione invernale, soltanto nelle vallate bellunesi e trascurando volutamente la parte di territorio montano oltre i duemila metri dove il Generale se la prende tuttora con molta calma, è durata la bellezza di sette mesi da novembre ad aprile inoltrato.
Su quasi tutti i valichi dolomitici, e anche in molte località isolate come lo Zoldano e la valle di Garés, l'accumulo progressivo delle nevicate è arrivato a otto, nove metri di altezza secondo una stima del tutto prudente. È cominciata ai primi di novembre con le prime timide spolverate miste a pioggia; tra Natale e le prime settimane di gennaio le danze sono cominciate sul serio, con freddo intenso e nevicate abbondanti su tutti i Monti Pallidi; tra gennaio e febbraio molte borgate dell'alto Agordino sono rimaste isolate per diversi giorni, oppure hanno dovuto fare a meno di elettricità e comunicazioni telefoniche per lunghi periodi.
A fine gennaio gran parte dei piccoli Comuni di alta montagna hanno terminato i fondi in precedenza stanziati per lo sgombero delle strade; a metà febbraio il peso della neve sui tetti degli edifici era talmente elevato che molte palestre ed impianti sportivi sono crollati come castelli di carte; nel mese di marzo infine, ai primi segnali di disgelo, un'abbondante serie di slavine ha di nuovo interrotto le comunicazioni per molti paesi (Frassenè e Podenzoi, solo per citarne alcuni).
Qualche giorno fa, ci troviamo ancora sul bacino del Cordevole, il gestore di un rifugio alpino ha appena terminato il complesso tour-de-force di trasloco e rifornimenti di vario tipo in vista dell'apertura in quota della stagione estiva. È stanco e stufo: ha trascorso otto mesi spalando neve anche a casa sua, e non ne può veramente più. Mentre effettua gli ultimi lavori sul tubo dell'acqua che scende dal nevaio e sulla catasta della legna, il nostro gestore pensa che sarebbe finalmente l'ora giusta per un po' di caldo secco e torrido.
Gira improvvisamente la testa e proprio lì, in un angolo vicino al suo rifugio, rinviene un eroico e testardo cumulo di neve marcia, simpatico e strafottente souvenir dell'inverno dolomitico che sembra non finire mai. Al nostro gestore cominciano a fumare le orecchie, colto da istintiva antipatia per lo scherzo di pessimo gusto. Rivolgendosi incredulo verso l'insignificante mucchietto di neve che ha sorpreso in quell'imbarazzante posizione, strabuzza infine gli occhi e coi nervi fior di pelle allarga le braccia in segno di esasperazione esclamando: «Ancora ca, èsto?»(1)


(1) Traduzione dal dialetto agordino: «Ma sei ancora qui?»

giovedì 7 marzo 2019

BAGGIANATE PANORAMICHE

«Con le stupende montagne che avete dalle vostre parti, perché siete venuti a trascorrere le ferie proprio quaggiù?» Mi sono sentito rivolgere questo interrogativo decine di volte, e confesso di sentirmi piuttosto in crisi perché ormai insieme alla pazienza ho terminato le risposte politicamente corrette.
Ho dunque pensato di cominciare a compilare una specie di prontuario di frasi fatte e baggianate a tema montano / dolomitico / naturalistico / zoologico da utilizzare in questa ed altre situazioni simili in cui la tendenza dominante è quella di ragionare per stereotipi: un po' come riempitivo di una conversazione senza spessore, qualche valutazione scontata e superficiale degna dell'Uomo Qualunque, in casi estremi perfino un messaggio subliminale per far comprendere all'interlocutore che talvolta un po' di silenzio sarebbe ben accetto.
Questi i primissimi appunti che mi sono venuti in mente: avviso che diverse considerazioni sono del tutto prive di fondamento, altre sono semplicemente dei modi di dire scontati, alcune possono anche corrispondere al vero ma sono dei luoghi comuni diffusi urbi et orbi. Se qualcuno in futuro dovesse sentirmi affrontare uno dei seguenti argomenti, sappia fin d'ora che non sto parlando seriamente, e che rinnego qualunque affermazione contenuta nei seguenti paragrafi.

Convinzioni a carattere faunistico o botanico:
  • le vipere vengono liberate in natura dagli ambientalisti, che le allevano in cattività e le gettano dagli elicotteri dentro buste di plastica trasparenti;
  • i lupi, come del resto le vipere molti anni prima, sono stati introdotti dagli ambientalisti ed entro poco tempo diventeranno i padroni del territorio montano sottraendolo all'uomo;
  • le zecche sono dei ragni, e ti saltano addosso dagli alberi come fossero cavallette;
  • per scacciare le vipere quando si cammina su un sentiero bisogna battere le mani; 
  • più bello è il fungo, più potente è il veleno che contiene;
  • esistono animali selvatici utili, mentre altri sono nocivi.
Affermazioni campate per aria in tema di geografia e confini politici:
  • il Trentino è sinonimo di montagna;
  • le Dolomiti si trovano tutte in Trentino, o al massimo in Alto Adige;
  • le Dolomiti sono le più belle montagne del mondo.
Al momento ho focalizzato un unico falso mito riguardante il Gentil Sesso:
  • le donne non sono capaci di leggere le cartine topografiche.
Convinzioni che riguardano terre alte e montanari:
  • in montagna non succede mai niente;
  • chi abita in montagna vive a contatto con la natura;
  • la montagna migliora il carattere delle persone;
  • i montanari sono gente di poche parole e molti fatti, e all'occorrenza la prima cosa che muovono sono le mani.
Montagna e meteo sono un'associazione di idee cui è difficile resistere:
  • in montagna, le condizioni meteorologiche cambiano in men che non si dica; 
  • quando fa troppo freddo è impossibile che si metta a nevicare;
  • la pioggia di agosto rinfresca il bosco.
Natura e cronaca nera (e come potrebbe mancare?):
  • montagna assassina (titolo fisso sui quotidiani in caso di incidenti con vittime).
Fenomenologia della passeggiata domenicale svogliata:
  • camminando in montagna, passano le ore ma il rifugio non si avvicina mai;
  • in montagna, chi no porta no magna;
  • in alta montagna, la pasta resta sempre al dente;
  • a camminare in salita si fa troppa fatica;
  • lo zaino migliore è quello che non fa sudare la schiena.

Ma l'elenco potrebbe continuare...

giovedì 28 febbraio 2019

STORIA DI UN CHIODO

Una "lametta da barba"
Le vicende delle nostre montagne e degli uomini che le hanno frequentate sono fatte anche di piccoli oggetti, carichi di significato e ricordi. Oggi ne voglio ricordare uno in particolare, un utensile che ha molto a che fare con le pareti rocciose ma soprattutto con le sapienti ed abili mani del suo artefice: un chiodo da arrampicata realizzato in casa utilizzando forgia, (falce...) martello ed incudine. Se ne parla in almeno due libri dei quali riproduco qui di seguito alcuni passaggi significativi con i doverosi riferimenti, ma sono sicuro che quanti conoscono il contesto se ne ricorderanno bene.

Un giorno venne a trovarlo un amico.
«Varda qua», disse mostrandogli un chiodo, «ho trovà un ciodo dei polacchi sul Burèl.»
Franco lo prese e sorrise.
«Perché dei polacchi?»
«No te vede che l'è su la falce e 'l martel?»
«Peccato che i polacchi tutto i é fora che esser comunisti.»
Era un chiodo dei suoi. Uno di quei chiodi che aveva lasciato sulle pareti e che siglava col simbolo della sua più grande passione, perché fosse chiaro, fino in fondo, che neanche un certo tran tran, pur mettendocela tutta, l'avrebbe mai fatto arrendere. Lo guardò, con la sua curva, i colpi del martello, la punta lucida. Era un chiodo eccellente. Era meraviglioso, quel piccolo pezzo di ferro.

Luisa Mandrino, La Forza della Natura - Franco Miotto l'uomo dei viàz, CDA & Vivalda Editori, Torino, ottobre 2002.

Ero riuscito a notare ciò che nessun altro aveva visto prima, ed ero convinto oltre ogni ragionevole dubbio che proprio noi saremmo riusciti ad aprire la via. Intanto scalpitavo in attesa che Riccardo tornasse dal mare, e nel frattempo cominciai a preparare i chiodi: avevo escogitato di fabbricarne alcuni estremamente sottili in acciaio armonico che mi sarebbero serviti per penetrare le più sottili fessure. Ne avevo fatti di tutte le misure ed anche di cortissimi, non più di due centimetri ciascuno: li avevo soprannominati lamette da barba.

Franco Miotto, Pareti del cielo - passioni, storie e ricordi di una vita libera, Nuovi Sentieri Editore, Belluno, luglio 2010.

giovedì 21 febbraio 2019

SOGNARE, VIAGGIARE, CONOSCERE

Fausto De Stefani, dicembre 2005
Diversi anni fa scrivevo occasionalmente sul blog Intraisass su invito dell'amico Alberto Peruffo, e alla fine del 2005 pubblicai questo breve scambio di idee con l'alpinista Fausto De Stefani intervenuto in Veneto per una serata di presentazione di un suo libro. La versione integrale dell'intervista andò invece in stampa per il Corriere delle Alpi di Belluno negli stessi giorni. Ripropongo stasera il colloquio nella sua edizione corta, perché a distanza di quasi quindici anni mi sembra ancora attuale e pieno di riflessioni utili in materia di frequentazione sportiva o turistica della montagna.

Incontro per la prima volta Fausto De Stefani a Castelfranco Veneto, durante una manifestazione organizzata per promuovere e finanziare il suo progetto Una scuola professionale in Nepal. Devo all'amico Vittorino Mason il piacere di aver conosciuto questo personaggio, a dir poco fuori dal coro nonostante un coro vero e proprio, il mio, abbia precedentemente allietato la platea con un breve concerto natalizio.
Mi bastano pochi scambi di opinioni che subito penso: «Questo non sembra proprio un alpinista». Nessun malinteso, si tratta di un giudizio in senso positivo. La traduzione è: «Questo non è un conquistatore dell'inutile». È lo stesso Fausto a confermare il mio giudizio poco dopo: «Lionel Terray mi ha insegnato molto».
Fausto, che significa la tua affermazione «Vado alla ricerca di oasi, dove il pensiero e i sogni camminano parallelamente»? «La natura per me è favola, magia, mistero, sogno», risponde lui: «Credo che attraverso i sogni e la magia delle parole sia possibile viaggiare, sia possibile la conoscenza».
E cos'è allora la favola, lo incalzo ancora. «Non è solo fantasia, perché la favola contiene una buona dose di autenticità. Ma si tratta di una realtà che viene colorata dalla nostra soggettività: non esistono rumori, ci sono bensì suoni e armonie della natura che bisogna imparare ad ascoltare e distinguere».
Ma tu sei anche famoso per la ricerca dell'essenzialità nell'attrezzatura e nella dotazione tecnica, giusto? «La cosa più importante per me è la qualità dell'esperienza. Trovo che abbia più valore camminare su un sentiero in un bosco di faggi o abeti, piuttosto che attaccarsi alle funi metalliche di una via ferrata».
Dove se ne sta andando l'alpinismo? Che fine farà? «Sulla vetta del K2 si prova l'emozione di vedere l'orizzonte con una forma diversa, e non è facile rassegnarsi al fatto che finisca tutto lì: vogliamo di più. Questo fa parte della natura umana. Io tuttavia ho scelto di convogliare questo spirito di conquista verso vette di un altro tipo, non quelle tradizionali bensì altre più vicine alla nostra comunità umana. Sono fatto così: non riesco a scindere l'amore che ho per la montagna dall'impegno nelle tematiche sociali e ambientali».
È tardi quando esco dal ristorante Tamburello e risalgo in corriera con gli altri colleghi coristi alla volta di Belluno. Attraversando la marca trevigiana immersa nella notte la mia fantasia cammina altrove. In una remota vallata del Tibet, probabilmente.

giovedì 14 febbraio 2019

I MONTI DE VENEXIA

I boschi di Palantina, inverno
Li hanno chiamati The Mountains of Venice come promozione pubblicitaria, e per quanto riguarda i Monti Pallidi gli autori della campagna hanno senz'altro fatto centro dal punto di vista storico: la Serenissima per diversi secoli si è rifornita di legno pregiato nelle foreste del Cadore e del Cansiglio per alimentare la potenza militare e mercantile del proprio arsenale. Anche al giorno d'oggi, se vogliamo dirla proprio tutta, i Monti de Venexia sono generosi assai con la pianura veneta dispensando in abbondanza acqua di fiume e corrente elettrica a vantaggio di industrie e consorzi irrigui. Può darsi che il marchio rappresenti una scelta indovinata anche dal punto di vista commerciale. Forse, chissà.
Ad ogni modo, viva soddisfazione viene espressa in merito ai Monti de Venexia da parte dei Veneziani stessi, che a breve non accoglieranno forse più le grandi navi davanti a Palazzo Ducale e gradiranno dunque un premio di consolazione; i Bellunesi preferiscono invece storcere leggermente il naso, allergici per consuetudine a qualsiasi argomento riguardi l'acqua alta; i Trevigiani
I boschi di Palantina, autunno
potrebbero quasi sentirsi trascurati di fronte a questa inattesa manovra di aggiramento («Ma si saranno dimenticati di noi...?»). I più contrariati sono tuttavia i Trentini, che sostengono di aver prima contribuito a pagare la promozione turistica della fondazione Unesco per poi esserne tagliati fuori: ma sono sicuro che se ne faranno una ragione, considerata la loro precedente Anschluss sul comprensorio della Marmolada e il fatto che di fronte a quella montagna ogni altro problema apparirà di certo irrilevante.
Una considerazione conclusiva del tutto personale. Non c'è nulla da fare: arriviamo sempre tardi. In questo paese, e noi montanari non facciamo eccezione, stiamo sempre a discutere di parole ma mai di fatti: siamo proprio convinti che per essere innovatori sia sufficiente cambiare il nome alle cose. Poi, è vero che in alcuni casi arrivare tardi può rivelarsi una fortuna o un punto di vantaggio. Ma questa è un'altra storia.

giovedì 7 febbraio 2019

UN PONTE SENZ'ACQUA


Una delle iscrizioni sul Volt, anno 1838
Domenica 6 Maggio 2018: PREALPI BELLUNESI, Volt de Val d'Arch (m 1000 ca).

Paesaggi e montagne modificano il proprio aspetto assai lentamente, dicono. Ma alcune volte tutto questo avviene invece con una velocità inaspettata. Da giovane, per raccontarne una, mi spostavo spesso in bicicletta sui colli boscosi vicini a casa mia. Frequentavo l'università ed avevo la patente, ma il bilancio delle mie ricchezze era alquanto limitante: un desolante buco nero nelle risorse finanziarie escludeva la possibilità di attingere con frequenza ai distributori di carburante, mentre ero messo molto meglio in materia di tempo a disposizione e soprattutto di gambe e fiato. Su una mappa Tabacco mi ero imbattuto nello strano simbolo che rimandava al significato di arco in roccia naturale nei pressi del Castello di Zumelle, tanto che decisi di fare un salto a scoprire di che si trattava.
Le foreste che crescevano nella parte alta del territorio di Mel erano molto diverse da oggi: dominavano le piante ad alto fusto (soprattutto dei grandi faggi) ed il sottobosco era curato e spazioso, per nulla ingombrato da cespugli come si presenta invece ai giorni nostri; i segnali escursionistici erano pressoché inesistenti anche allora, ma almeno tracce e sentieri erano evidenti e praticati. Lasciata al sicuro la mountain-bike, dopo una breve e ripida salita a piedi me lo trovai improvvisamente davanti nel posto più inatteso: il Volt de Val d'Arch si presentava come una massiccia e ardita formazione rocciosa scavata dall'acqua in tempi geologici remoti, un ponte di pietra dislocato tuttavia sulle pendici boschive di un colle prealpino che con l'acqua sembra avere ben poco a che fare. Ammirai e fotografai. Poi gli anni passarono.
Ritornai in diverse occasioni da quelle parti, dapprima con mio padre ed in seguito con altre compagnie di amici camminatori. Nel frattempo avevo scoperto tramite la recente invenzione di internet che Il Volt rappresenta anche la testimonianza storica di antiche contese, prolungatesi dall'epoca d'oro della Repubblica Veneta fin quasi all'Unità italiana, per il possesso amministrativo e il diritto di sfruttamento di queste vallate tramite le attività pastorali: un'iscrizione nella pietra, scolpita nel 1838 per celebrare la fine di quella vertenza secolare, è ancora oggi leggibile con un po' di fatica su entrambi i lati dell'arco. Poiché era impossibile spostarlo, il Volt doveva apparire ai politici dell'epoca come il miglior guardiano di confine che si potesse immaginare.
Il Volt de Val d'Arch
Risale alla primavera del 2018 l'ultima visita, quando per conto di una comitiva di amici escursionisti mi venne chiesto di organizzare all'ultimo minuto una camminata sulle nostre Prealpi. Non avevo il tempo e non ritenevo nemmeno necessario andare a provare il percorso, ma mi sbagliavo di grosso: in non molti anni il bosco che circonda il Volt era del tutto cambiato, l'orientamento era difficoltoso a causa della vegetazione selvatica cresciuta in modo disordinato, e tutti gli accessi risultavano quasi invisibili. Per mia fortuna, qua e là una traccia quasi del tutto soffocata dai cespugli rivelava ogni volta all'ultimo momento la direzione da seguire ed il mio spirito guida (credo si chiami Beato Tex Willer o Santa Aquila della Notte) non mi fece mai mancare il suo sostegno.
Di posti così, dalle nostre parti ce ne sono un sacco. Ma col trascorrere dei decenni, temo, sarà sempre più difficile arrivarci.

Partenza a piedi dal parcheggio del rifugio Boz sopra la frazione di Tiago in comune di Mel, oggi confluito per referendum popolare nel più esteso comune di Borgo Valbelluna. Dapprima discesa su strada bianca verso la Val d'Arch per un paio di chilometri, poi salita a tratti anche molto ripida passando per il Volt e fino alla strada bianca che percorre la cresta della dorsale prealpina. Pausa pranzo alla vicina malga Canidi e successivo rientro per sentiero nel bosco fino al rifugio Boz. 600 metri di dislivello, per 13 km e 4 h di percorrenza effettiva. Meteo caldo e soleggiato.

domenica 3 febbraio 2019

PESSIMI ELEMENTI

Le Marmarole, dal monte Trànego.
Domenica 20 Gennaio 2019: DOLOMITI DEL CENTRO CADORE, salita al rifugio Antelào (m 1800 ca.).

Ci sono occasioni in cui perfino luoghi non comuni devono cedere il passo di fronte all'evidenza dei pur scontati ed antipatici luoghi comuni. Non ci sono più le stagioni di una volta? E va ben, lo hanno capito ormai tutti con l'eccezione più unica che rara dell'amministrazione Trump, presso la quale in ogni caso gioca un ruolo non secondario il calcolo politico ed elettorale a breve termine. Ma torniamo a casa nostra e ai nostri cari, inflazionati luoghi comuni: molto più che altrove, la montagna è infatti ormai un luogo non comune dove le conseguenze dei luoghi comuni sono più evidenti.
Consideriamo per esempio una situazione pratica al limite della banalità, come la preparazione del bagaglio per un'escursione in quota di difficoltà medio / bassa: nel bel tempo che fu, l'assetto dello zaino sarebbe stato drasticamente diverso in ambito invernale oppure estivo, nonostante qualche necessaria precauzione dettata dalla possibilità dei repentini cambi meteorologici più probabili nella stagione calda.
Al giorno d'oggi, soprattutto per un non sciatore come il sottoscritto, la faccenda è alquanto cambiata: pur essendo necessario viaggiare con abbigliamento pesante di scorta nello zaino, occorre anche prevedere un vestiario a cipolla in caso di presenza del famigerato vento favonio (detto anche phoen o vento di caduta) che sempre più spesso scalda gli animi e mette a dura prova anche la tenuta delle vegetazione più resistente; le ciàspe restano una necessità soprattutto per i versanti in ombra dove il vento accumula la poca neve disponibile, ma in alcuni tratti di sentiero scoperto diventano inutili ed è meglio caricarle in spalla; un paio di ramponi rappresenta un'utile risorsa in caso di neve dura o brevi tratti di ghiaccio vetrato, ma diventa un intralcio quando l'innevamento è talmente scarso e discontinuo da far affiorare ciottoli e fondo roccioso in grado di compromettere il filo delle punte d'acciaio ed il senso dell'equilibrio del povero camminatore.
Certo, si tratta di esempi dozzinali. Ciò che mi preme sottolineare, in linea più generale, è che simili esilaranti situazioni dove l'escursionista diventa quasi la vittima del proprio equipaggiamento presentano una doppia chiave di lettura. Da un punto di vista ottimistico, i mutamenti climatici offrono al camminatore l'opportunità di allenare i muscoli delle spalle, trasportando sulla schiena per pura precauzione un sacco di materiale che non utilizzerà. Da una prospettiva più cinica e disincantata, gli elementi meteorologici scombinati di questi tempi - pessimi elementi a tutti gli effetti - ci insegnano invece la loro natura repentina ed imprevedibile: dove una settimana prima la neve si misurava secondo la scala dei millimetri, oggi si spala a colpi di mezzo metro al giorno. Una conferma di più che i luoghi comuni, oltre ad essere scontati e banali, possono anche dar luogo a non comuni rotture di palle.

Partenza a piedi dalla frazione di Pozzale nei pressi di Pieve di Cadore e successiva salita, lungo un giro in senso antiorario, alla volta di forcella Antracìsa passando per ciò che un tempo era il rifugio Prapiccolo. Sosta per il pranzo al rifugio Antelào (aperto) e ritorno a valle lungo la strada bianca del monte Trànego. Circa 900 metri di dislivello, per 16 km e 5 h di percorrenza effettiva. Meteo fresco e limpido, nonostante qualche nuvola innocua che a tratti mascherava il sole.

giovedì 20 dicembre 2018

IL MARE A BELLUNO

Capraia... oppure Irlanda?
Ancora mare, ancora isole, alla faccia di quanti sostengono che penso soltanto alla montagna ed invece si sbagliano di grosso. In questo periodo mi viene spontaneo pensare a posti così, naturalmente isolati come vorrei essere anch'io sempre più spesso. Era il giugno dell'anno 2006, ed insieme ad un gruppo di amici mi trovavo sull'arcipelago toscano con lo zaino in spalla, in cerca di sentieri ma anche di quegli attraenti locali con tavolo, cibo e bevande che spesso stanno in agguato alla fine dei sentieri. In questo, la ricerca fu coronata da successo. Qualche mese più tardi scrissi questo breve promemoria per ricordare l'avventura. «Saluti dall'Irlanda», scrisse infine nel 2017 un amico burlone come didascalia ad una foto appena pubblicata su un social network: l'immagine ritraeva una costa insulare dirupata e sferzata dal maltempo, che non era esattamente l'Irlanda ma le assomigliava assai. Era proprio Capraia, e lo scatto era preso dal medesimo belvedere dove mi ero fermato anch'io più di dieci anni prima. Cortocircuiti tipici dei viaggiatori isolani.

Fa uno strano effetto imbarcarsi a Livorno in direzione dell'isola Capraia ed affidarsi alla benevolenza delle onde per tre o quattro ore di navigazione, in mezzo al grande arcipelago toscano. Da un lato è inevitabile fare i conti con la buonanima di Dante Alighieri, e la sua invettiva a margine della vicenda del Conte Ugolino:

Ahi Pisa, vituperio de le genti / del bel paese là dove 'l sì suona / poi che i vicini a te punir son lenti / muovasi la Capraia e la Gorgona / e faccian siepe ad Arno in su la foce / sì ch'elli annieghi in te ogne persona!

D'altro canto è quasi impossibile doppiare la boscosa isola di Montecristo senza sentirsi almeno per breve tempo Edmond Dantès in fuga dalla prigione marsigliese del Castello d'If: accade soprattutto quando si comincia a scorgere in lontananza il profilo di Capo Corso che si staglia nella nebbiolina di una mattina di giugno, con i suoi moderni ed efficienti impianti eolici (a casa nostra continuano a sostenere che sono antiestetici e che deturpano il paesaggio, ma a dirlo sono sempre gli stessi che sono anche a favore degli inceneritori e delle centrali atomiche).
Trattandosi di un'isola, Capraia gode di tutti i privilegi e le scomodità propri della terra staccata dal Continente: quando si tratta di territorio circondato dal mare, tutte le abituali certezze legate alla quotidianità della terraferma sembrano vacillare. A cominciare proprio dalle comunicazioni via mare: il tempo è incerto, non si sa quando si partirà e se il traghetto potrà attraccare fuori della piccola rada, una volta giunti a destinazione. È possibile infatti che il capitano decida all'ultimo momento di rimanere al largo per evitare che la furia delle onde possa far schiantare il bastimento sul duro cemento del molo.
Sono finiti i tempi in cui le isole italiane erano sede di impopolari e detestate colonie penali: al giorno d'oggi l'arcipelago toscano non offre più rifugio ai carcerati bensì soltanto alle agavi, i fichidindia, i pulcinella di mare ed i viaggiatori in cerca di solitudine, tanto che il ritmo di vita dei pochi abitanti ha finito per adeguarsi. Uno dei primi dettagli a colpire l'attenzione è il modo di trascorrere il tempo escogitato dalla Forza Pubblica: due volte al giorno una pattuglia di Carabinieri lascia infatti gli uffici della caserma e percorre a bordo di una Fiat Punto i circa due km di strada asfaltata che separano il borgo di Capraia dal porto, per andare a sbirciare le facce nuove che saltano giù dal traghetto. Non importa se uno dei passeggeri abituali del naviglio è il poco prosaico furgone della nettezza urbana incaricato di trasportare i rifiuti in terraferma: l'importante è dimostrare di essere presenti in prima linea, pronti a fronteggiare eventuali imprevisti.
Capraia vive di mare e di turismo. Ad eccezione del borgo e della zona intorno al porto, l'isola è praticamente disabitata ed è attraversata da viottoli sassosi che si inerpicano in mezzo alla macchia mediterranea. Ammirando il mare dal comprensorio delle vecchie carceri in direzione dell'isola d'Elba, dove un illustre ladrone del tempo che fu venne costretto ad un po' di soggiorno obbligato, non si può fare a meno di pensare a noi stessi in una pellicola di Gabriele Salvatores: si chiama Capraia ma è quasi Grecia, ed il vino aleatico che si degusta nelle locande del porto è una bevanda inebriante che ci trasporta verso Oriente sulle ali della calda brezza marina.
A Capraia non è facile approdare, ma partire è ancora più complicato, soprattutto quando il vento di grecale solleva onde alte come case e diffonde un rassegnato pessimismo sull'arrivo del prossimo traghetto. Gli isolani ci hanno fatto l'abitudine e se la prendono comoda, ma per un manipolo di montanari oriundi dolomitici questa atmosfera di incertezza rappresenta motivo di inquietudine, soprattutto quando il fine settimana volge al termine ed il lunedì mattina la timbratura del cartellino incombe impietosa. Il mare rappresenta la grande variabile indipendente di tutte le isole, ed il proprietario di una trattoria del porto osserva incuriosito il nostro comportamento: «Ma da dove venite?», ci chiede infine dopo averci esaminato per bene. Da Belluno, veniamo, e che diamine. «E che, non ce l'avete il mare, a Belluno?»

venerdì 14 dicembre 2018

L'ISOLA DEI GRADINI

Gli scalini di Alicudi
Arrivano i primi freddi e la memoria si volge verso l'Altrove passato come buon auspicio, sperando in bene, per quanto riserverà il futuro. Sulle ali dei ricordi ritorno dunque ad un'isoletta del Mar Tirreno che soltanto la presbite geografia delle grandi distanze può considerare al centro del Mare Nostrum, sorvolando sul fatto che si tratta di una delle terre più remote di questo vecchio angolo di mondo: perfino più distante e fuori mano rispetto a tante località di montagna che già conosco, le quali almeno una stradina tortuosa di collegamento con il fondovalle ben la possiedono. Per arrivare da queste parti nella bella stagione servono diverse ore di aliscafo, e una volta a destinazione tutto ti ricorda quanto è severa e avventurosa la vita senza le comodità cui siamo abituati noi del continente.
Poco più di cinque km quadrati di superficie in tutto, nei quali la dimensione verticale prevale di gran lunga su quella orizzontale già a partire dal piccolo porto e fino ai 675 metri del Filo dell'Arpa che costituisce l'elevazione principale dell'isola. Una volta sbarcati, abbiamo a disposizione per spostarci soltanto le vie della montagna: scale e sentieri scoscesi per i bagagli dei turisti trasportati a dorso di mulo, e già il percorso dall'imbarco alle case private rappresenta un'escursione con un dislivello rispettabile. Soltanto un centinaio i residenti stanziali, che soprattutto nella stagione fredda sperimentano il vero significato della solitudine: collegamenti ridotti con la terraferma e periodi prolungati di isolamento quasi totale, scarsità di servizi essenziali come un medico curante, una farmacia, una scuola. Gli anziani custodiscono con orgoglio le proprie case d'altura come fossero castelli, e trattano con sufficienza i perdigiorno che sprecano il proprio tempo frequentando il bagnasciuga.
La contrada di San Bartolo
Non hanno tutti i torti poiché da secoli, fin dal tempo delle razzie dei pirati saraceni, la vera ricchezza dell'isola sta in alto, sui terrazzamenti artificiali che offrono protezione e dove il terreno vulcanico garantisce raccolti rigogliosi per le coltivazioni tradizionali: ulivo, vite e capperi. In alto, al giorno d'oggi salgono anche gli escursionisti attirati dalla particolarità delle lunghe e ripide scalinate in pietra e dal panorama sbalorditivo che si coglie in vetta verso il resto dell'arcipelago eoliano. Poi, al ritorno, meglio affrontare con prudenza la discesa in alcuni punti un po' esposti, presso i quali soltanto qualche sporadico fico d'india potrebbe offrire una spinosa protezione in caso di scivolata.
Gli antichi greci la chiamavano Ericusa con derivazione dalla pianta dell'erica di cui era ricoperta, mentre il nome attuale ha radici arabe. È un cono vulcanico spento piantato in mezzo al mare, ma dalle sue pendici si possono ammirare, così distanti da confondersi con le nuvole, le nevi del monte Etna. Quant'è bella, remota ed insolita Alicudi: un pezzo di me stesso si è proprio fermato laggiù, e prima o poi dovrò tornarci per ritrovarlo.

giovedì 6 dicembre 2018

LUNGA VITA AL LUPO

Il ritorno del lupo su Dolomiti e Prealpi bellunesi è ormai documentato ed accertato: nonostante si tratti di un avvenimento previsto con diversi decenni di anticipo a causa delle trasformazioni dell'ambiente naturale, le reazioni degli abitanti della montagna alla ricomparsa di questo predatore sono tuttavia particolarmente accese ed ostili, spesso addirittura di segno opposto alle manifestazioni di quasi simpatia e benevola tolleranza registrate nei confronti di un altro visitatore importante come l'orso.
La colpa non è del tutto nostra: paghiamo lo scotto di secoli, se non addirittura di millenni di paure ataviche sepolte nel nostro inconscio, secondo le quali alcuni fenomeni ostili della natura sarebbero una vera e propria epifania del male. Insomma, viviamo ancora nella favola di Cappuccetto Rosso: il lupo più simpatico che ricordiamo è Ezechiele dei fumetti Disney, ma comunque gli preferiamo di gran lunga Pietro Gambadilegno. Con una breve ricerca nei siti internet "specializzati" sull'argomento possiamo perfino apprendere con abbondanza di "prove" che tutti gli abitanti delle terre alte sarebbero ormai potenzialmente in pericolo di vita: se non adeguatamente contenuti, i lupi avrebbero la tendenza a «moltiplicarsi esponenzialmente» (gulp..., n.d.r.) ed a «impadronirsi progressivamente del territorio degli uomini» (orgh..., n.d.r.); senza reazione preventiva da parte umana, i lupi potrebbero addirittura «invadere le nostre case come avveniva nel medioevo» (eeek..., n.d.r.). Si salvi chi può, e ricordatevi di mettere al sicuro la nonna.
Scherzi a parte, non si tratta di negare gli inevitabili problemi che la ricomparsa di un predatore come il lupo può determinare. Dal mio modesto punto di vista di semplice abitante della montagna, valori come la convivenza e l'equilibrio rappresentano in ogni caso una scelta migliore rispetto alla scontata opzione dello sterminio ai danni di un animale ritenuto a torto come nocivo. La sesta estinzione di massa degli esseri viventi è in corso, ci insegna la scienza, e se intendiamo rimediare è necessaria una rivoluzione culturale: l'egemonia senza criterio da parte di homo sapiens crea più problemi di quanti ne risolve.
Poiché infine mi piace lasciare la parola a quanti ne sanno più di me, segnalo un'interessante intervista sull'argomento, pubblicata circa un anno fa sul Corriere delle Alpi di Belluno e riproposta sul sito internet di Mountain Wilderness.